Visto USA: le novità non ledono la privacy, tranquilli.

È di oggi la notizia che per ottenere visti di lavoro e di studio negli Stati Uniti sarà necessario aggiungere informazioni relative ai propri canali social e non solo. Si poteva lasciar correre in Italia? No, bisogna subito inneggiare alla LESA PRIVACY. 

Gli Stati Uniti hanno deciso che quasi tutti i richiedenti un visto per l’ingresso nella terra dei sogni e delle speranze dovranno fornire degli importantissimi dati riguardo i propri social. Non solo, sarà necessario fornire anche i numeri di telefono e gli indirizzi mail per un periodo retroattivo di 5 anni. UNA FOLLIA gridano in molti su FB. Dovrò cancellare le foto del mio pisello da Whatsapp, gridano altri. 

CAZZATE. Come sempre la polemica sui social monta in un attimo e le teste fumano in men che non si dica. Basta leggersi la notizia dell’ANSA, quindi senza nemmeno approfondire troppo (qui la news del Corriere per i più seri), per accorgersi che per i più cambierà molto poco. Si parla infatti di visti di lavoro e di studio. Si stima che la cosa interesserà 14mln di persone, che sembrano tante, ma sappiate che nel 2018 la sola New York ha fatto 65mln di turisti. Nella normativa non si fa riferimento all’ESTA, ovvero il permesso di soggiorno turistico che tutti (perfino chi spesso va per motivi lavorativi) o quasi richiedono pagando la modica cifra di 14 dollari. I vostri selfie sul Golden Gate o a Staten Island sono salvi. 

In realtà la richiesta di nomi e indirizzi “social” era già da tempo applicata per tutte le richieste di visti, anche turistici, per chi proveniva da paesi segnalati, nulla di veramente nuovo, se non l’estensione a tutto il globo terraqueo.

Questa notizia ha scaldato gli animi di chi non perde mai occasione di gridare al furto della privacy. Gli inalberati sono probabilmente le stesse persone che copiaincollavano il messaggio a tutela dei propri dati personali su Facebook intimando a Zuckerberg di non azzardarsi a rubare i selfie con la nonna e la torta di compleanno. 

Fatto salvo che gli USA sono uno stato che concede dei visti e che quindi può applicare un po’ le regole che gli pare e piace (stando nei parametri delle convenzioni internazionali). Per tutti i rimbambiti che ancora parlano di privacy quando si riferiscono ai loro post sui social suggerirei un ripassino di italiano. 

pubblicare (ant. o letter. publicare) v. tr. [dal lat. publicare, der. di publĭcus «pubblico1»] (io pùbblicotu pùbblichi, ecc.). – 1. Rendere pubblico, cioè noto a tutti, far conoscere pubblicamente, divulgare

Quando cliccate sul pulsante condividi automaticamente regalate i diritti del testo, della foto a Facebook, o al social su cui state pubblicando. Questo fino a che non decidiate di eliminare il contenuto, che nel frattempo chiunque ha potuto screenshottare per sputtanarvi in futuro: vero Salvini? Eh?… bella l’internet!

Se credete che queste siano fesserie vi suggerisco di dare un’occhiata al punto 3.1 del regolamento di Facebook che tutti, presi dalla foga di cercare le foto in costume della nostra amichetta della quinta elementare, abbiamo ignorato: accetta accetta accetta. 

Tra l’altro l’amico Mark ci ricorda che: “i contenuti eliminati potrebbero continuare a essere visualizzati in caso di condivisione e mancata eliminazione da parte di altri soggetti.”.

Internet ha una potenza di fuoco esagerata. Lo sanno bene i nostri politici, ma spesso noi ce la dimentichiamo. La rete è un gigantesco maelstrom che risucchia tutto, ma che risputa il selfie imbarazzante sempre al momento giusto. 

RICORDATE se volete che una qualsiasi cosa non sia pubblica: NON PUBBLICATELA!

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