50 anni dalla morte di Martin Luther King, siamo davvero cambiati?

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Oggi è il 50esimo anniversario della morte di Martin Luther King Jr, ucciso sul balcone di un hotel di Memphis da James Earl Ray, razzista e armato, una combinazione letale.

Come per tutti i grandi omicidi del novecento anche quello del reverendo King è avvolto nel mistero. Non voglio però addentrarmi nel caso specifico, ne parla già ampiamente IL POST, lascio a loro la palla.

Voglio solo raccontarvi la mia esperienza di due anni fa quando in agosto ho viaggiato attraverso gli Stati Uniti del sud, toccando tra l’altro proprio Atlanta e Memphis, città cardine non solo della vita e della morte di Luther King ma anche centro della protesta che portò a un cambio radicale nelle vite degli afroamericani.

La storia è arci nota ma per chi non la conoscesse può leggere tutto ciò che serve qui .

Nonostante conoscessi abbastanza bene le vicende che partendo dalle deportazioni di schivi arrivano fino al pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei giochi olimpici di Città del Messico e l’omicidio a Memphis qualcosa, proprio in questa città mi ha devastato.

Una semplice mostra fotografica, in uno stanzone quadrato è bastata a schiacciarmi sotto un macigno da diciotto tonnellate. Il peso però non era dato dalle immagini violente, i corpi di uomini di colore massacrati. Nemmeno le facce di cordoni di manifestanti tirate in espressioni di una rabbia che difficilmente ho visto nella mia vita o le lacrime delle persone attorno alla salma di King.

No! La cosa che più mi ha devastato è vedere quanto vicine a noi fossero le immagini di contorno ai soggetti delle fotografie.

Parlare di gente costretta a frequentare scuole diverse, bagni diversi, perfino comparti diversi dell’esercito per difendere la stessa nazione, mi aveva sempre fatto pensare a tempi lontani, un limbo tra l’avvento dei barbari e il medioevo, al massimo il far west dei film di Sergio Leone, tanto assurdi mi sembravano i racconti dei libri.

Vedere strade poco diverse da quelle percorse pochI minuti prima di entrare nella galleria fotografica, persone vestite in maniera pressoché identica a me, macchine e non carrozze trainate da cavalli, mi ha lasciato addosso un marchio indelebile, un dubbio atroce: siamo davvero cambiati?

Cambiamenti di questo tipo impiegano anni se non secoli e, a giudicare da quello che si sente giungere dall’altra parte dell’Atlantico, la strada è ancora lunga. Per noi, in Italia, il percorso è appena iniziato e vorrei solo che per una volta potessimo essere diversi, migliori dei cugini che ci hanno liberato dai nazisti nel ’45. Per una volta vorrei poter dire “abbiamo vinto da soli!”.

Son passati 50 anni da quel 4 aprile 1968, speriamo che qui da noi non ne debbano passare altrettanti prima di mettere da parte non dico il razzismo in toto, cosa pressoché impossibile, ma almeno superare il “non sono razzista ma”.

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